In ricordo di Titta Rota

Il 10 luglio 2018 scompare Battista Rota, per tutti “il Titta”. Un personaggio che ha segnato in modo indelebile la storia del Piacenza Football Club, l’artefice del primo ciclo di successi nei primordi dell’era Garilli.

Nato a Bergamo nel 1932, esordisce 19enne con l’Atalanta giocando da centravanti nel finale del campionato di serie A 1950/51: segna 5 reti nelle ultime 5 partite, ma il suo mestiere è quello di terzino e lì ritorna l’anno successivo. Lo chiamano “settecosce” per certe imponenti masse muscolari, si fa valere come terzino roccioso, grintoso, sanguigno: le stesse doti che ritroveremo da allenatore. Bergamo lo lancia in serie A, gioca le Olimpiadi del 1952 contro l’Ungheria di Puskas, poi Bologna, SPAL e ancora Atalanta prima di iniziare da allenatore. Avanti veloce, tra un po’ di serie A, molta B e spruzzate di C: resta legato ai nerazzurri bergamaschi ma fa molto bene anche a Cremona dove lavora col dottor Brolis e lancia Antonio Cabrini. Poi SPAL e Modena in C, ma non va benissimo e nell’estate 1983 è in attesa di una panchina.

Gliela propone Leonardo Garilli, l’imprenditore che ha appena rilevato il Piacenza finito nell’inferno della C2. Inizia la sua epopea in biancorosso: l’Ingegnere vuole vincere ma gli piacerebbe farlo divertendo, Rota è più pragmatico e capisce che le contingenze tecniche e societarie lo obbligano a guardare solo il risultato. Crea una squadra imbattibile che si fa largo a suon di 1-0 su calcio di rigore, e riesce ad aver contro un po’ tutti: gli esteti, che per cinque anni gli contesteranno il gioco troppo “all’italiana”, e i gufi che non gradiscono la forte connotazione bergamasca del nuovo Piacenza. Rota tira dritto, vince e viene riconfermato: sta per nascere il bellissimo Piacenza 1984/85, quello dello spareggio di Firenze con il Vicenza, che si vedrà scippare la serie B da manovre poco chiare. In panchina è un vulcano: a Legnano, reduce da un’operazione al ginocchio e con il Piacenza sotto di un gol nel diluvio, lascia le stampelle in panchina ed esce fuori a incitare i suoi a pugni chiusi. Snidaro pareggia allo scadere e le stampelle rimangono lì, abbandonate su quella panchina.

L’amarezza dello spareggio è tanta, Rota la prende da signore ma confida: “sono stato zitto perché se avessi detto quello che pensavo non avrei più lavorato, e a me dispiacerebbe non lavorare più”. Un altro terzo posto e poi il 1986/87 è l’anno buono: il suo Piacenza vince il campionato di C1 a mani basse, il difensivista Rota imbastisce una squadra che fa suo il record di gol per la categoria (55) con tre giocatori in doppia cifra. C’è un’ultima impresa da cogliere per completare l’opera: quella salvezza in serie B mai ottenuta prima. Il Piacenza 1987/88 parte fortissimo: corto, aggressivo, ben rodato e forte di un Madonna pronto per grandi palcoscenici. Poi però arrivano le difficoltà, è sempre più evidente il logorio del rapporto con il Titta coperto fin qua dalle vittorie. Con qualche giocatore il rapporto scricchiola, la squadra gli sfugge di mano, riparte la contestazione strisciante per il “non gioco”. Il Titta fa il suo: salva il Piacenza e poi annuncia l’addio, dopo cinque anni intensissimi. Fa largo a Catuzzi, alla zona, al nuovo che avanza: sarà rimpianto nel giro di pochi mesi, ma lontano da Piacenza ha poca fortuna. Vicenza, Palazzolo, Pergocrema e Lecco le ultime tappe nelle serie minori, prima di ritirarsi del tutto a vita privata mantenendo comunque viva la passione per il calcio e per la sua Atalanta.