Un secolo di
evoluzione tattica
L’Italia,
si sa, conta 60 milioni di commissari tecnici e Piacenza sotto questo punto di vista
non è da meno. C’è chi si limita alle chiacchiere da bar e c’è chi, come noi,
legge con gusto manuali di tattica o le relazioni di allenatori professionisti.
Dalla combinazione tra la passione per questi aspetti e la ricerca storica
nasce questa pagina di approfondimento, che ripercorre l’evoluzione della
tattica calcistica e le sue applicazioni concrete nella storia del Piacenza:
dalle nostre parti non sono passati grandi “maghi” del pallone (ad eccezione
forse del solo Gibì Fabbri), ma le soluzioni ingegnose
e particolari non sono mancate. Anche con grave danno delle coronarie dei
tifosi…
INDICE
La preistoria: dalla piramide al metodo
Il calcio olandese di Gibì Fabbri
Zona atto secondo: Enrico Catuzzi
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Il metodo, in Europa, fu affondato negli anni Trenta
dall’ennesima variazione del fuorigioco che nel 1925 viene nuovamente
modificato, diventando a due giocatori come al giorno d’oggi. Un passaggio
che rivoluziona il gioco perché i lenti terzini di posizione scaglionati fin
quasi a metà campo diventavano inutili, lasciando l’altro terzino e il
portiere in balia degli attaccanti avversari. Fioccano le goleade
e gli addetti ai lavori iniziano a pensare alle contromisure. L’inglese
Herbert Chapman, allenatore dell’Arsenal, la risolve così: arretra il
centromediano sulla linea di difesa, togliendogli compiti di costruzione e
affidandogli esclusivamente la marcatura del centravanti (è nato lo stopper).
I terzini si allargano a guardia delle ali avversarie, mentre i due mediani e
le due mezzeali si dispongono a quadrilatero sostituendo il centromediano
come fulcro della squadra. Nasce il sistema,
detto anche WM dalla disposizione
dei giocatori. Sembra banale, ma cambia tutto: il campo viene coperto meglio,
si sfruttano le fasce e soprattutto il marcamento diventa sistematico, a
uomo, con tutte le conseguenze del caso. Il gioco offensivo è una questione
di duelli individuali e per riuscire deve essere sempre più veloce, a
vantaggio (dicono i sostenitori) dello spettacolo. La coesistenza dei due sistemi di gioco è tutt’altro che
pacifica: è una guerra di mondi, con discussioni durissime a mezzo stampa per
tutti gli anni Trenta e Quaranta. Sono fieramente metodiste l’Austria di Hugo
Meisl e l’Italia di Vittorio Pozzo bicampione del
Mondo, mentre il sistema è di stampo inglese. Lo porta infatti in Italia il
Genoa di William Garbutt nel 1939, ma solo con il
Grande Torino vincitore di cinque scudetti riuscirà a fare breccia anche nel
nostro campionato. E tutti si precipitano a copiarlo, dimenticando la
radicale differenza di compiti e caratteristiche tra giocatori sistemisti e
metodisti. Il sistema a Piacenza sbarca nel 1949. Alla guida della
squadra c’è l’ex genoano Bruno Barbieri con compiti di allenatore-giocatore,
e Barbieri decide di impostare la squadra in chiave sistemista. Un
cambiamento che la stampa applaude soprattutto nella persona del giornalista
Camillo Perletti, voce nota e autorevole ma anche grande appassionato del
tema: “Trasformazione necessaria,
perché il sistema è ormai applicato da tutte le squadre, ma pure di non lieve
impegno perché costringe giocatori piuttosto anziani a modificare quasi
radicalmente la tattica e lo stile di gioco”. E qui iniziano i problemi. Le prime prove sono sostanzialmente un disastro. Vanno in
croce i mediani Fiorani e Bergamasco (che non a caso si ritirerà di lì a un
paio di anni) ma soprattutto il roccioso terzino Dante Ravani, ancorato al clichè sistemista, che viene infilzato senza pietà dalle
scattanti ali avversarie ma anche dalla penna di Perletti: “…ha chiaramente mostrato di non gradire
il sistema…è troppo dotato per non sapere assimilare la nuova formula che, si
badi bene, avrebbe dovuto adottare volente o nolente se gli fosse riuscito di
farsi ingaggiare da una grande squadra come desiderava”. In più anche
Barbieri, che si schiera come centromediano, accusa paurose sbandate
atletiche: “ha bisogno di fare del
fiato, molto fiato” chiosa Perletti. Il debutto in campionato è un incubo: cinque gol subiti a
Gorizia, addirittura sei a Treviso. Ma dopo adeguata carburazione il Piacenza
di Barbieri chiuderà con un ottimo sesto posto, anche se l’esperimento
sistemista resterà per qualche anno un’eccezione isolata. Nel 1952 i Papaveri
di Mariano Tansini vinceranno a mani basse il girone, mancando di un soffio
la serie B, con il più tradizionale assetto metodista che sarà abbandonato
dal Piacenza solo a metà degli anni Cinquanta. Tra metodo e
sistema esistevano ovviamente una serie di “vie di mezzo”, antesignane del
catenaccio che andrà di gran moda dagli anni Sessanta: dal verrou
svizzero, nato già negli anni Trenta, al Vianema
ideato da Gipo Viani nella Salernitana, passando per il mezzo sistema. Per usare una colorita immagine dell’epoca, “nasce
dalla psicologia di un tale che si mette le bretelle senza voler abbandonare
la cintura”: in fase offensiva, infatti, abbraccia la filosofia del
sistema, ma in fase difensiva non rinuncia a una protezione supplementare.
Un’ala o un mediano arretrato a terzino, un terzino che scala alle spalle dei
difensori come misura prudenziale: era nato il libero, il giocatore addetto a spazzare via qualsiasi cosa
filtrasse dalla linea dei difensori, e che in questi termini rimase una
peculiarità tutta italiana. Con il mezzo sistema l’Inter di Foni vinse lo
scudetto nel 1953, e con il mezzo sistema Enzo Melandri cercò di curare i
mali del Piacenza targato 1948/49. Il poderoso Dante Ravani, nominalmente
terzino sinistro, arretrato a libero (o, con termine dell’epoca, “terzino
volante”); il rivergarese Franco Torreggiani schierato con la maglia numero 6
propria del mediano sinistro ma terzino a tutti gli effetti. La variante
sarebbe stata ripresa di tanto in tanto anche da Attila Kossovel,
nel campionato 1953/54, sempre con Ravani ultimo uomo. Negli schemi a fianco:
in alto il sistema o “WM”; in basso il “mezzo sistema” con l’arretramento di
un terzino (n.3) nel ruolo di battitore libero, e del corrispondente mediano
(n.6) al posto del terzino |
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In Ungheria invece aveva preso piede un’altra modifica
che ci interessa perché, inspiegabilmente, ce la saremmo ritrovata in casa.
La Nazionale magiara poteva contare nei primi anni Cinquanta su una linea
offensiva di straordinaria qualità, composta da destra a sinistra da Budai, Kocsis, Hidekguti, Puskas e Csibor: la
particolarità stava nel fatto che le due ali e il centravanti giocavano
particolarmente arretrati, per poter lanciare gli inserimenti negli spazi di Kocsis e Puskas che giocavano nelle zone di conflitto tra
centromediano e terzino. In più, tale assetto consentiva agli stessi Budai, Hidekguti e Csibor di inserirsi a loro volta partendo da lontano,
mandando in tilt la rigida marcatura a uomo del WM. Con questo sistema,
denominato MM, nel 1953 l’Ungheria
si prese il lusso di rifilare 6 reti all’Inghilterra nel tempio di Wembley, e
l’anno successivo arrivò a un passo dal titolo mondiale. Sull’onda dei successi ungheresi l’allenatore cremonese
Ercole Bodini aveva provato a replicare questa tattica nelle file dei
grigiorossi, mandando a pallino lo schieramento difensivo piacentino nel
derby del 30 gennaio 1955 e suscitando la curiosità della stampa piacentina.
Nella stagione successiva Bodini passò proprio al Piacenza, adottando
nuovamente la tattica ungherese. Al di là dell’aspetto puramente spettacolare
di questo tipo di gioco, c’erano anche considerazioni più pragmatiche: la
squadra allestita dal commendator Albonetti mancava (almeno all’inizio) di un
centravanti di spessore, disponendo solamente degli imprecisi Ongaro e
Trabattoni. Abbondavano invece le mezzeali (Marchesi, Jacopini,
Bernini), mentre all’ala destra l’anziano Rossetti tendeva sempre di più a
partire da lontano. Da qui l’intuizione: Ongaro (o Trabattoni) punta
effettiva, con il numero nove, appoggiato dal castellano Bernini che
effettivamente ne beneficiò dal punto di vista offensivo realizzando ben 10
reti. Dietro, la finta ala Rossetti con Marchesi e Jacopini,
a formare una cerniera che oggi definiremmo “di mezzepunte”. I risultati non
furono un granché: pur imbottiti di giocatori offensivi, i biancorossi
trovarono la quadratura del cerchio solo quando, nel mercato di novembre, fu
acquistato dal Milan un tale Gastone Bean. Che infischiandosene della tattica
cominciò a segnare a raffica levando le castagne dal fuoco a Bodini e al
Piacenza. Lo schieramento “MM” o
“all’ungherese” |
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ZONA
ATTO SECONDO: ENRICO CATUZZI Facciamo un salto in
avanti di quasi quindici anni. Titta Rota chiude il suo ciclo nel 1988 dopo
aver portato il Piacenza in cinque anni dalla C2 alla permanenza in serie B,
il che ne fa l’allenatore più vincente della storia biancorossa prima di
Cagni. Ciononostante le critiche non sono mai mancate, legate soprattutto a
un calcio pragmatico, sparagnino, non bello a vedersi. Anche se ha vinto il
campionato di C1 1986/87 con 55 reti segnate. Anche se non ha avuto paura di
schierare insieme due punte (Serioli e Simonetta) e tre mezzepunte (Madonna,
Roccatagliata e De Gradi). Ma Garilli ha da tempo il
pallino di voler offrire al pubblico spettacolo insieme ai risultati. Così al
posto di Rota, come chiaro segno di rottura, viene ingaggiato il parmense
Enrico Catuzzi, uno dei profeti del “nuovo che
avanza”, ovvero il gioco a zona
(che come abbiamo visto in realtà ha radici ben precedenti). Sono cambiati i
tempi rispetto a Puppo: adesso la zona va di moda grazie ai successi del
Milan di Sacchi. Con Galeone, e prima dello stesso Sacchi e di Zeman, Catuzzi è considerato uno dei “padri nobili” del nuovo
gioco, fin dai suoi esordi al Bari all’inizio degli anni Ottanta. La squadra
viene catechizzata ai nuovi dettami: centrocampo “corto” e aggressivo,
pressing e occupazione scientifica degli spazi, attenzione alla preparazione
tecnica con l’uso di palloni appositi per migliorare il tocco, schemi tattici
spiegati alla lavagna. Tutto l’opposto del Titta, eccellente motivatore ma
tutt’altro che un fine stratega. «Eravamo
forti in attacco come le squadre di Zeman, ma non ci tiravano mai in porta»,
dice Maurizio Iorio parlando del Bari di Catuzzi. «È stato il primo ad applicare
l’organizzazione al calcio. Aveva un’idea di gioco basata sul movimento senza
palla, sulla corsa, sull’intensità: parole puntualmente abusate nel calcio di
oggi. Si parla molto di allenatori in grado di conferire un’identità: lui ci
riusciva 40 anni fa». Anche le prime recensioni sono entusiastiche: “Aria nuova nel Piacenza di Catuzzi – La
squadra ha trovato schemi efficaci e moderni” titola Libertà dopo un’amichevole agostana. Piace l’ordine della manovra
e dei ruoli (Roccatagliata playmaker, Madonna e Signori le ali, Serioli
centravanti vero e non più a tutto campo come con Rota), la compattezza, la
varietà di soluzioni offensive per sgravare la stella Madonna. |
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Sarà un fuoco di paglia.
La squadra mostra un gioco gradevole ma scolastico e non incisivo a inizio
stagione, prima che alla seconda giornata arrivi il ciclone Messina. I
siciliani di Zeman e Totò Schillaci demoliscono il fragile impianto difensivo
con un perentorio 4-1. Iniziano le sconfitte, spesso di misura, talvolta
immeritate, quasi sempre segnate da distrazioni individuali o collettive di
giocatori che non riescono a digerire il nuovo assetto (soprattutto in
difesa). Il Piacenza si avvita in una crisi tecnica e di risultati, a
dicembre Catuzzi verrà sostituito dal più canonico
Perotti che come primo atto ripudierà la zona creando profonde spaccature
nello spogliatoio. |
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DAL VANGELO SECONDO
CAGNI Con Rumignani e
soprattutto Cagni non si sentirà più parlare di zona: il tecnico bresciano,
che si ispirava dichiaratamente a Sonetti, Rota e Trapattoni, ne ripudiava
gli eccessivi rischi difensivi, preferendo un maggior equilibrio di squadra
che negli anni ha portato frutti notevoli. Viceversa, ha sempre trovato le
armi migliori per fare a pezzi la zona altrui. La filosofia di base la riassume così nel suo blog: “La distanza fra i difensori
centrali e il centravanti deve essere sempre uguale, non voglio vedere buchi
in mezzo al campo. I primi difensori sono le punte e i primi attaccanti sono
i difensori”. Ovvero squadra corta, compatta, aggressiva. La spina
dorsale è chiara: portiere, libero, regista, punta. Il centravanti è un ruolo
chiave, regista d’attacco e insieme finalizzatore è l’anello centrale di
quello schema “palla avanti-palla
indietro-palla sopra” con cui spesso viene riassunto sbrigativamente il
Cagni-pensiero, fatto di un continuo gioco di sponde e sovrapposizioni. Il Piacenza dei miracoli, quello della prima
promozione in serie A, è schierato a zona
mista: un libero (Lucci) dietro due marcatori (Chiti e Maccoppi, poi integrati da Polonia), eventualmente in
grado di interscambiarsi sull’uomo, mentre a sinistra il terzino (Brioschi o
Carannante) deve garantire la doppia fase di spinta e contenimento. A
centrocampo un mediano classico e tutta corsa sul centro-destra (Suppa) e un
elemento d’ordine e geometrie sul centro-sinistra (Papais)
coprono le spalle alla mezzapunta Moretti, piuttosto
libero di svariare su tutto il fronte offensivo. Davanti la chiave è la
ricerca continua e ossessiva del gioco sulle fasce, di cui erano maestri
Turrini e Piovani, per sfruttare al meglio le doti della punta centrale Totò
De Vitis: abilissimo nelle sponde spalle alla porta
ma altrettanto svelto ad andare a raccogliere i cross dei compagni. Un assetto granitico e preciso, anche se non inderogabile
per adeguarsi alle caratteristiche dei giocatori. In particolare De Vitis si rivela un unicum difficile da replicare:
Ferrante, che lo sostituisce nel primo anno di serie A, era un attaccante più
votato al gioco in profondità e per questo il reciproco adattamento sarà
faticoso. Viceversa Caccia, ex seconda punta abile nel palleggio, avrà meno
difficoltà perché ha intorno una squadra profondamente mutata negli uomini.
Cagni infatti nella sua ultima stagione del primo ciclo (1995/96) dovrà
rivedere buona parte del suo impianto di gioco, pur mantenendo le linee
chiave, ma troverà non pochi problemi ricordando quella edizione come il suo
peggior Piacenza, nonostante il conseguimento della prima salvezza in serie
A. |
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Da rimarcare poi la formula adottata nel
campionato 1994/95, quando la squadra appena retrocessa in B punta
all’immediato ritorno nella massima serie. Come alternativa in attacco è
tornato da Verona un giovane attaccante del vivaio, Pippo Inzaghi, che ha già
in boccio le qualità che lo renderanno…Inzaghi: istinto del killer in zona
gol, capacità di giocare in profondità, ma anche fondamentali piuttosto
grezzi. “Non avevo le caratteristiche
della punta esterna, e al centro De Vitis faceva la
differenza” ricorda nella sua autobiografia. Ma i gol li sa fare, per cui
Cagni rivoluziona il suo Piacenza: Turrini viene arretrato come mezzala
destra, l’anziano Papais viene sostituito da
Minaudo, atleticamente più dotato, mentre in attacco Piovani diventa tornante
destro con De Vitis e Inzaghi di punta. Ah, in
tutto questo Moretti resta al suo posto e giocherà la stagione più brillante
della sua carriera. Alla faccia del Cagni catenacciaro. |
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Il fil rouge tattico
del Piacenza “tutto italiano” non poteva che restare dentro i canoni di una
rigida ortodossia difensiva, ovvero la marcatura a uomo. La stampa nazionale
ovviamente aveva buon gioco a presentarci come provinciali piuttosto
singolari, rimarcando scelte che negli anni Novanta apparivano ormai fuori
tempo se non apertamente obsolete, ma che in realtà erano un concentrato di
puro pragmatismo. La categoria andava mantenuta, e servivano strumenti
affidabili: non c’era spazio per gli esperimenti. Gli stessi allenatori
(quattro diversi in quattro anni, dopo l’addio di Cagni) venivano
dichiaratamente scelti tra coloro capaci di mantenere questa filosofia. Dunque il Piacenza era invariabilmente schierato con un
terzino fluidificante e due marcatori fissi: Polonia sulla seconda punta, e
uno tra Conte, Delli Carri e l’eterno Vierchowod sul centravanti. Se le punte
sono tre, tre diventano anche i marcatori (ovvio, no?). Sulla
mezzapunta avversaria (nomi a caso: Djorkaeff, Zidane, Rui Costa,
Veron…) spesso veniva aggiunto un marcatore in più a centrocampo, di solito
un elemento duttile come Fausto Pari o soprattutto Stefano Sacchetti, il
jolly per eccellenza. Punto fermo, ovviamente, il libero: classico, vecchia maniera, niente a che vedere con le
idee di Puppo o l’interpretazione moderna di Scirea o Baresi. Quindi tre
passi indietro ai compagni, con compiti di esclusiva regia del reparto. Dopo Lucci, tuttavia, trovare interpreti del ruolo
canonici e non adattati diventa sempre più difficile. Si alternano Marco
Rossi (un ex terzino ripescato in Germania), il mediano Mazzola, i jolly
Sacchetti e Lamacchi e il giovane Lucarelli, specialista del ruolo allevato
nella Primavera. È lui, nella stagione 1999/00, l’ultimo libero “puro”
schierato dal Piacenza in serie A: ci tiene compagnia solo il Bari di
Fascetti, che ha in De Rosa il suo interprete. Fascetti, peraltro, andrà
avanti a schierare la difesa rigorosamente a uomo fino alla sua ultima
esperienza nella massima serie a Como, nel 2003. E a Piacenza? L’esonero di Gigi Simoni segna il tramonto
definitivo del libero. Gli subentra Maurizio Braghin, che nella Primavera
aveva già provato il gioco a zona e lo ritenta alla guida della prima
squadra. Nel finale di stagione si vede spesso all’opera una difesa a tre con
un elemento leggermente più staccato dietro i compagni (Lucarelli, ma anche
Lamacchi o Polonia). La parola fine sul ruolo spetta nell’estate del 2000 a
Walter Novellino: l’allenatore chiamato a riportare il Piacenza in serie A già
dal ritiro inizia a impostare una difesa a quattro in linea, convertendo
Lucarelli al ruolo di centrale nel quale si esibirà fino ai 40 anni. |
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…QUALE FUTURO? Come avrete notato, nel corso degli ultimi vent’anni
circa non si sono viste alle nostre latitudini novità rivoluzionarie che
abbiano lasciato impronte durature o significative nella storia recente
biancorossa. Un po’ per atavica diffidenza e un po’ perché siamo scivolati
piuttosto in basso, latitano i portatori di idee innovative: è obiettivamente
difficile far applicare il calcio fluido di Guardiola (“lo spazio è il nostro centravanti”) a onesti mestieranti della
serie C. L’evoluzione ad alto livello è infatti sempre più orientata ai principi del gioco, ai sincronismi di
squadra, alle transizioni offensive e difensive e al superamento dei ruoli
rigidamente codificati, piuttosto che su un calcio ancorato a strutture più
tradizionali come quello delle serie inferiori. E non è un caso che a Piacenza i “profeti” non
attecchiscano: se negli ultimi anni giovani tecnici come Scalise e Maccarone
hanno fallito quasi subito, già nel 2007 si era registrato il flop di Mario
Somma. All’epoca era considerato uno degli allenatori più preparati dal punto
di vista tattico con il suo 4-2-3-1 e gli esterni a piede invertito per
entrare in mezzo al campo, anche se a Piacenza si è visto poco o nulla di
quanto da lui teorizzato. Va poi ricordato il breve e sfortunato tentativo di
Vincenzo Manzo di far adottare al suo giovane Piacenza un calcio fatto di
possesso, costruzione palla a terra e organizzazione, nel campionato di serie
C 2020/21, e miseramente naufragato per l’obiettiva pochezza tecnica del
materiale umano a sua disposizione (qui un’analisi approfondita del suo “credo”). Tra i
professionisti tatticamente ben preparati va annoverato Stefano Pioli (che ci
ha lasciato interessanti lezioni sulla fase difensiva
e offensiva del suo Piacenza nel 2009), salito
poi alla ribalta con lo scudetto del Milan e con una proposta di calcio molto elaborata nei sincronismi di
squadra. Attendiamo con curiosità nuovi profeti, ma restiamo affezionati a
chi ci porta a casa il risultato: siamo piacentini, no? |
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Non potevamo esimerci dal chiudere questa nostra
carrellata con l’impronta data da uno dei più longevi allenatori della storia
recente biancorossa, Arnaldo Franzini. Pur senza aver introdotto novità
epocali, troviamo corretto considerarlo anche alla luce del dibattuto spesso
furibondo intorno alla sua figura e alla sua proposta di calcio, con
spaccature anche nette tra “risultatisti” e “giochisti”. Quando approda sulla panchina biancorossa nel 2015,
Franzini riprende il 4-3-3 collaudato negli anni del Pro Piacenza, dando alla
squadra un’impronta molto marcata e funzionale, che unitamente alla qualità
dell’organico genera una stagione da 96 punti. Fondamentali le due catene
terzino-ala: a destra spingono forte Di Cecco e Matteassi, a sinistra fa da
contrappeso Contini con Stefano Franchi, seconda punta che tende ad
accentrarsi. In mezzo al campo l’equilibrio è garantito da un “tuttocampista”
come Saber Hraiech sul
centrodestra, e da una mezzala più fisica e abile negli inserimenti (Porcino
o più spesso Cazzamalli) sul centrosinistra, ai lati del regista Taugourdeau. Al centro dell’attacco Franzini ama avere
una boa forte nel gioco aereo e capace di giocare con e per i compagni,
saltando all’occorrenza l’impostazione arretrata, ma Adriano Marzeglia vi abbina anche un anno di grazia personale nel
quale è implacabile cannoniere con 20 reti. Nella stagione successiva in Lega Pro il canovaccio viene
inizialmente replicato con successo, poi il giocattolo si inceppa
manifestando alcuni problemi: il calo atletico di Matteassi, la scarsa
integrazione dei nuovi acquisti nel congegno tattico e una certa
perforabilità per vie centrali. Franzini rimedia passando al 3-5-2, già
sperimentato in casi analoghi nel Pro Piacenza, per migliorare la copertura e
liberare lo sganciamento dei due terzini che si alzano. Chi beneficia
maggiormente di tutto questo è Taugourdeau,
trasformato da regista classico a incursore (la doppietta a Cremona nel 2016
resta da manuale) e autore di ben 11 reti. L’alternanza tra i due assetti sarà continua nelle annate
seguenti, a seconda degli uomini a disposizione e dello stato di forma (qui un’interessante analisi relativa alla stagione 2017/18).
In attacco giostrano la torre Romero e il lottatore Pesenti, cioè due
centravanti più di lotta e di manovra che non finalizzatori puri. Il terzo
difensore è spesso il mediano Della Latta portato sulla linea arretrata con
ampia facoltà di sganciarsi, ripetendo l’operazione compiuta tempo prima nel
Pro Piacenza con Silva, ex centrocampista che avrebbe cambiato ruolo in modo
definitivo. La manovra viene via via semplificata e impoverita, si rinuncia a
un regista in senso classico mantenendo spesso come uniche valvole di sfogo
le corsie esterne, il dinamismo del tuttocampista di turno (Hraiech, Segre o Nicco) il cui stato di forma diventa
determinante, o il lancio lungo per la punta. Nasce qui l’immagine radicata e
forse ingenerosa di un Franzini spietatamente utilitarista e profeta del
non-gioco, con l’accusa di non aver fatto rendere al massimo la squadra
quando nel 2019 ha potuto lottare per la promozione mantenendo un
atteggiamento troppo guardingo. Né porta risultati apprezzabili nell’ultima
stagione l’imposizione dall’alto di un assetto di gioco a lui poco
congeniale: il 4-3-1-2 con un trequartista alle spalle delle punte
(Cattaneo), un regista puro (Giandonato) e una mezzala di chiare propensioni
offensive (Corradi) viene accantonato dopo poche partite tornando al più
collaudato 3-5-2. Se la duttilità tattica non era stata il suo forte nella
prima avventura piacentina, quando torna nel 2025 Franzini si dimostra più…elastico
tanto nei moduli quanto nei principi di gioco. La rosa e alcune contingenze
lo obbligano a rinunciare a diversi suoi punti fermi, a partire dal 4-3-3 di
partenza: D’Agostino è un fantasista che fatica moltissimo da ala sinistra, il
centravanti Trombetta non è boa né goleador, mentre a centrocampo il regista Taugourdeau esce di scena quasi subito. Si vede una
squadra meno speculativa, che prova a gestire maggiormente il pallone, ma con
l’importante contrappasso di un’insolita permeabilità difensiva. Franzini
rispolvera poi il 4-3-1-2 inventando il mediano Campagna come trequartista-incursore
(ma rinunciando al gioco sulle fasce), spesso gioca senza vere punte con la
coppia Mustacchio-D’Agostino e nel finale sembra
trovare un assetto interessante con il 4-4-2, che lo obbliga però a
rinunciare agli inserimenti dei centrocampisti. |
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